Carloforte e l'isola di San Pietro sono terra di vacanze, ma sono anche luogo di lotte storiche tra l'uomo e il mare, dove il mare e' insieme amico e avversario difficile da domare.
Il piccolo traghetto va e viene, con quel rumore di vecchi ingranaggi e l'odore della salsedine incorporato nel legno dei passamano. Venti minuti di navigazione non giustificano lusso e comodità, cosi' c'e' il tanto che basta a ripararsi dalle ventate gelide dell'inverno e dagli spruzzi.
Carloforte appare subito a prora: si riconosce la sagoma inconfondibile dei suoi palazzotti ottocenteschi, sul porto, sul lungomare dei Battellieri e sul lungomare Cavour. Ai moli altri traghetti e pescherecci rugginosi, grandi barche a motore con le reti ancora ammucchiate fra gli attrezzi del lavoro e i salvagente ingialliti al sole
Mentre la piccola nave attracca, eseguendo per la millesima volta la stessa manovra, tra lanci di gomene e movimenti automatici, si diffonde l'odore pungente che si sente solo in porti come questo. Un odore di pesce, di alghe e d'acqua salata un po' oleosa. Ed e' una gioia lasciarsi alle spalle l'aria terribile della città per godere questa dimensione diversa anche in Sardegna.
Il nome di Carloforte e' legato alle celebri tonnare. Per decenni i pescatori dell'isola hanno vissuto grazie a formidabili mattanze. Un'attività nata per garantire la sopravvivenza delle famiglie che col tempo si e' trasformata in una fruttuosa industria, sulla quale i Carlofortini avevano investito il proprio futuro. Gli anni Settanta segnarono invece la fine di una rendita che sembrava inesauribile. A catturare i tonni ci pensarono gli armatori stranieri, disposti a utilizzare tecnologie imponenti pur di fermare già in acque internazionali il passaggio dei preziosi pesci. Presi lontano dalla costa, i tonni non riuscirono più ad avvicinarsi per deporre le uova. E sparirono quasi del tutto. Cosi' quelle battaglie sanguinose, un po' truci, che i pescatori di San Pietro sapevano condurre con tanta perizia, si sono definitivamente interrotte. E le grandi tonnare, alla Punta e all'isola Piana, sono rimaste musei di se stesse. Ancora arredate con gli attrezzi e le macchine del tempo, che i Carlofortini usavano per lavorare il pesce e confezionarlo nelle notissime scatole gialle. Quasi un simbolo per una cittadina la cui origine non e' più lontana di trecento anni.
Se gli storici raccontano che nel suo passato remoto sono apparsi i Punici e più tardi anche i Romani, e' certo che gli uni e gli altri non vi si fermarono a lungo, forse poco attratti da un'isola dove l'unica ricchezza era la natura. In quei tempi si cercavano altre cose, il granito delle coste galluresi o anche approdi riparati, dove far tappa sulle lunghe rotte commerciali. Così i Punici si limitarono a erigervi un tempio e i Romani a realizzarvi piccoli insediamenti che abbandonarono subito.
I primi a eleggerla dimora stabile furono dunque i Tabarchini, una colonia di pescatori e raccoglitori di corallo di origine ligure che abitava l'isola di Tabarka, in Tunisia. Stanchi di subire continue vessazioni dai pirati barbareschi, chiesero al re Carlo Emanuele III, che aveva annesso San Pietro al regno piemontese, di conceder loro di occuparla. Il sovrano accordo' il permesso e i Tabarchini, in segno di gratitudine, chiamarono Carloforte la loro città. Nella nuova terra continuarono a vivere di pesca, fra mille peripezie e difficoltà. Finirono persino deportati in Tunisia, la vendetta dei pirati. E solo l'intervento del governo piemontese bastò a restituir loro la libertà e l'isola.
La rudezza di quelle scogliere, la desolazione di quelle spiagge dal candore abbagliante, la vegetazione povera ma vera dell'isola rappresentano oggi un biglietto da visita straordinario, quasi unico per chi ricerca una Sardegna autentica. Niente distese di cemento, niente approdi dorati, nessuna cattedrale eretta in onore del dio-turismo. Solo la realtà di una vita ancora a contatto con il mare, in funzione del mare, vissuta tra le difficoltà che l'isolamento da una terra già di per sè isolata comportano. Unita ai segni di una storia recente ma suggestiva.
Ecco dunque il fascino di Carloforte: l'autenticità. Difesa con orgoglio dai suoi abitanti e anche un po' dal suo stesso mare. Un mare forte, indomabile, il cui rombo incessante suona quasi come un avvertimento per chi voglia violarlo.
Guardia dei Mori e' il punto più alto dell'isola. Dalla cima del colle, il 'bricco”, dove sorgono i resti di un vecchio faro abbandonato, lo sguardo può correre senza limiti in ogni direzione, oltre la splendida pineta che avvolge la collina. San Pietro non ha una vegetazione ricca. I suoi pini però sono folti e numerosi, come lo erano un tempo i ginepri, poi abbattuti uno ad uno per costruire la cittadina. Ed e' un paesaggio insieme monotono e dolcissimo, interrotto da piccole case di campagna, bianche, semplici. Costruite per coltivare quel poco che la terra arida di San Pietro può offrire.
Chi cerca spiagge, coste e mare pescoso non ha che l'imbarazzo della scelta. Dalla spiaggia di Girin a quella di Punta Nera, fino alla fantastica spiaggia Bobba, a dieci minuti di cammino dalle famose Colonne, due faraglioni di trachite rossa che sorgono a venti metri dalla costa e rappresentano un po' il simbolo delle bellezze naturali di Carloforte. Ancora, proseguendo sulla strada costiera, la Costa della Mezzaluna con la magnifica cala omonima, frastagliata da alte falesie e da splendide grotte. E si potrebbe proseguire con le coste occidentali, dove ci s'imbatte subito nella spiaggia di Spalmatore. E poi ancora Cala Vinagra, Cala Fico e Capo Sandalo, una successione di incredibili paesaggi interrotti da miniere abbandonate, piccole case coloniche, boschi di pini d'Aleppo e rocce vulcaniche. Un panorama unico, da esplorare passo dopo passo, in un susseguirsi di scoperte affascinanti, rese ancora più importanti dalla difficoltà dei percorsi, fatti da sentieri impervi e da faticose arrampicate. Un brandello di paradiso, ripetono i turisti che arrivano ogni anno a migliaia. A mezz'ora di distanza dalla terra.